Un imprenditore calzaturiero della zona di Fermo mi ha raccontato che per coprire tre posizioni in reparto ha letto centosessanta curriculum. Da solo, la sera, dopo cena. Eppure l’intelligenza artificiale nelle risorse umane è già dentro due aziende italiane su tre, almeno secondo i numeri. Il problema, quindi, non è più se la tecnologia esista, né quanto costi, perché ormai si parte con poche centinaia di euro al mese. È che quasi nessuno la usa dove pesa davvero.
Che cosa dicono davvero i dati sull’intelligenza artificiale nelle risorse umane?
La ricerca “Guidare il cambiamento nell’era dell’IA: aspettative vs realtà” del gruppo Adecco, ripresa da LHH, fotografa un dato netto: il 67% delle aziende italiane sta implementando soluzioni tecnologiche e analisi dati per la pianificazione strategica del personale. La media globale, infatti, si ferma al 61%. Per una volta, dunque, l’Italia sta davanti.
C’è di più. Il 49% dei leader intervistati ritiene che l’IA migliori le decisioni interne sulla gestione delle persone. Non parliamo quindi di sperimentazioni da laboratorio, ma di scelte su organici, turni e percorsi di carriera. Luca Semeraro, country president Italy di LHH, lo dice senza giri di parole: valorizzare il capitale umano e investire nella formazione «non è più un’opzione, bensì una necessità strategica».
Perché il 40% delle aziende si blocca sulle competenze?
Qui la fotografia cambia colore. Il 40% delle organizzazioni segnala carenze di competenze interne, il 50% ammette difficoltà a prendere decisioni tempestive sul proprio futuro e soltanto il 15% — una su sette — si considera davvero “pronta per il domani”. Inoltre il 59% offre formazione per riqualificare le competenze tecnologiche. Il resto, in pratica, no.
Tradotto: lo strumento entra in azienda prima delle persone che dovrebbero usarlo. Infatti è lo stesso film che ho visto con i gestionali di produzione quindici anni fa, quando si comprava la licenza, si faceva mezza giornata di corso in sala riunioni e dopo tre settimane tutti erano tornati al foglio Excel di sempre. Al contrario, quando la formazione arriva prima dell’acquisto, l’adozione regge. Sempre.
Quali attività HR conviene affidare per prime all’AI in una PMI?
Una PMI di trenta persone non ha un ufficio del personale strutturato. Di solito, infatti, ha il titolare, un amministrativo e un consulente del lavoro esterno. Ecco allora, in sintesi, dove il ritorno arriva prima, senza stravolgere nulla.
- Screening dei curriculum: l’AI legge, estrae competenze e ordina i profili per aderenza al ruolo. La decisione, tuttavia, resta a chi assume.
- Job description e annunci: da una scheda di due righe si ottiene un annuncio completo, coerente con il linguaggio dell’azienda, in pochi minuti.
- Onboarding e risposte ricorrenti: ferie, permessi, buste paga, regolamento interno. Un assistente interno risponde in chat e libera l’amministrativo.
- Mappa delle competenze: incrociare mansioni, corsi fatti e scadenze formative fa emergere i buchi prima che diventino un problema di commessa.
Nessuna di queste quattro cose richiede un progetto da sei mesi. Ad esempio lo screening dei curriculum, che è il caso più semplice, si mette in piedi con i profili già in archivio e una griglia di criteri scritta insieme a chi assume. Sono settimane, quindi, non trimestri.
Quanto tempo si recupera, in concreto?

Sui centosessanta curriculum dell’esempio iniziale, una prima scrematura assistita porta il lavoro di lettura da circa otto ore a poco più di un’ora di verifica sui profili già ordinati. Su un annuncio scritto bene, inoltre, si risparmiano quaranta minuti. Sulle domande ricorrenti dei dipendenti, in un’azienda da cinquanta addetti, parliamo di tre o quattro ore a settimana dell’amministrativo.
Fai due conti a costo orario pieno e il recupero annuo di un’azienda così sta tra i 6.000 e gli 11.000 euro. Certo, non è la rivoluzione dei convegni. È però un progetto che si ripaga nel primo anno, e in pratica questo basta per decidere senza aspettare il budget dell’esercizio successivo.
Che cosa impone l’AI Act a chi usa l’AI sul personale?
Attenzione, tuttavia, perché questo pezzo viene quasi sempre dimenticato. Il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale classifica i sistemi usati per selezione, promozione, assegnazione di compiti e valutazione dei lavoratori come ad alto rischio, nell’allegato III del Regolamento (UE) 2024/1689. Non è quindi una formalità: comporta obblighi di trasparenza verso i lavoratori, sorveglianza umana documentata, tracciabilità delle decisioni.
In più, dal 2 febbraio 2025 è già in vigore l’obbligo di alfabetizzazione: chi usa questi sistemi deve avere personale formato. Di conseguenza la formazione non è un contorno del progetto HR, ne è un requisito di legge, e questo cambia anche il modo in cui va scritto il preventivo che porti in consiglio. Un dato che, unito al 59% di aziende che formano, dice quanto spazio ci sia ancora.
Dove l’AI sul personale non conviene?
La dico chiara, anche se non aiuta a vendere. Non affiderei mai a un modello la valutazione finale di una persona, né un colloquio senza presenza umana, né decisioni disciplinari. Non solo per il rischio normativo. Anche perché i dati storici di un’azienda contengono i suoi pregiudizi passati, e un sistema addestrato lì dentro li ripete con una faccia più credibile, tuttavia senza che nessuno in riunione possa spiegare da dove arriva quel punteggio.
La domanda che ci arriva per prima, del resto, non riguarda mai il costo. È: “e se poi sbaglia?”. Ad ogni modo la risposta onesta è che sbaglia, quindi va costruito il punto in cui un essere umano se ne accorge.
Da dove parte una PMI delle Marche?
Prima di tutto si sceglie un processo solo, quello che ruba più tempo. Poi si misura quanto costa oggi, in ore. Infine si mette in prova la soluzione per sei settimane su un gruppo ristretto, con una persona responsabile del controllo e un criterio deciso in anticipo per dire se il test è andato bene oppure no. Un assessment AI aziendale serve esattamente a questo: capire quale processo vale la candela prima di spendere.
La seconda tappa, di conseguenza, è la formazione, che oggi è anche un obbligo. Sulla formazione AI finanziata per le aziende esistono strumenti che ne coprono buona parte, e in molti casi il costo netto scende parecchio. Se invece non hai ancora chiaro il perimetro, parti da quali processi automatizzare con l’AI.
In sintesi: l’intelligenza artificiale nelle risorse umane in Italia è partita, ma è partita male dove manca la formazione. Il 67% sperimenta, tuttavia una su sette si sente pronta. La differenza tra i due numeri è tutto lo spazio in cui si vince o si perde una selezione.
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Contenuto redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e verificato dalla redazione di Creaitivity. Fonte dei dati: ricerca “Guidare il cambiamento nell’era dell’IA: aspettative vs realtà”, The Adecco Group / LHH.

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