Un nuovo dipendente riceve un badge, un account, dei permessi e un responsabile. Un agente AI che legge la posta, aggiorna il gestionale e manda preventivi, invece, spesso non riceve niente di tutto questo. Lavora con le credenziali di qualcun altro. È il tema su cui si stanno concentrando analisti e grandi fornitori in queste settimane: l’identità degli agenti AI. Sembra una questione da grandi gruppi. In realtà riguarda chiunque abbia collegato un assistente automatico alla propria casella o al proprio CRM.

Cosa sta succedendo: i numeri di ottobre 2026

Il 15 ottobre 2026 Tom’s Hardware ha messo in fila i dati più recenti. Secondo un’indagine Okta su 260 dirigenti, il 91% delle organizzazioni usa già agenti AI, ma solo il 10% ha una strategia ben sviluppata per gestire le cosiddette identità non umane. Inoltre meno di un’azienda su tre applica agli agenti le stesse regole di controllo che usa per le persone.

Gartner, dal canto suo, prevede che entro la fine del 2026 il 40% delle applicazioni aziendali includerà un agente dedicato a compiti specifici, contro meno del 5% del 2025. Di conseguenza i grandi fornitori si stanno muovendo: ServiceNow ha annunciato un “AI Passport” atteso nell’ultimo trimestre dell’anno, mentre Microsoft lega la gestione degli agenti alle proprie licenze e al sistema di identità Entra.

E l’Italia non sta a guardare. Il report di OpenAI “Europe’s Agentic Opportunity”, uscito a ottobre 2026, segnala che nelle PMI europee gli utenti settimanali di agenti sono cresciuti di 8,1 volte da maggio. In Italia la crescita è di 10,8 volte, seconda solo al Belgio. Inoltre il 65% del testo prodotto dalle imprese italiane con questi strumenti arriva già da attività di tipo agentico. Va detto che i dati riguardano solo i clienti business di OpenAI, quindi non fotografano tutte le imprese. La direzione però è chiara: gli agenti stanno entrando nelle aziende molto più in fretta delle regole per gestirli.

Perché l’identità degli agenti AI è il problema numero uno

Il ragionamento, in fondo, è semplice. Se un agente usa l’account del titolare, ogni sua azione risulta fatta dal titolare. Se sbaglia un invio, se cancella un file o se viene manipolato da una mail costruita apposta, nei registri non c’è modo di distinguere l’errore della macchina da quello della persona. E se domani l’agente va spento, bisogna ricordarsi dove era collegato.

Nelle piccole imprese, tra l’altro, lo vediamo spesso. Un collaboratore prova un assistente che riassume le mail, gli dà accesso alla casella aziendale con il proprio login, lo trova utile e lo lascia acceso. Poi cambia lavoro.

Passano mesi. Nel frattempo l’assistente continua a leggere ogni messaggio in arrivo, compresi quelli con offerte, listini e dati dei clienti, e magari li inoltra a un servizio esterno di cui nessuno in azienda conosce le condizioni d’uso, perché chi lo aveva attivato non c’è più e non ha lasciato nessuna nota. Quando qualcuno se ne accorge, di solito per caso, ricostruire cosa è successo richiede giorni. L’agente resta lì, con permessi che nessuno ricorda di aver concesso. Onestamente non è negligenza: è che nessuno ha mai pensato all’agente come a un “soggetto” da registrare.

Le 4 regole per dare un’identità agli agenti AI

Le indicazioni degli analisti si possono tradurre in quattro regole che funzionano anche in un’azienda di quindici persone.

1. Un nome e un inventario

Ogni agente ha un nome, uno scopo scritto in una riga e una scheda in un elenco condiviso. Anche un semplice foglio va bene, purché esista e venga aggiornato quando si aggiunge o si toglie un agente. Accanto al nome conviene annotare a quali sistemi accede, quando è stato attivato e quale fornitore lo gestisce, così in caso di problema si sa subito dove intervenire.

2. Un responsabile umano

Ogni agente ha uno “sponsor”, cioè una persona che risponde di ciò che fa. Se lo sponsor lascia l’azienda, l’agente viene riassegnato o spento. In pratica è la stessa logica dei mezzi aziendali: ogni auto ha un assegnatario.

3. Account propri e permessi minimi

L’agente non usa le credenziali di nessuno. Ha un account suo, con accesso solo a ciò che gli serve: se deve leggere gli ordini, non deve poter modificare i listini. Questo è il principio del privilegio minimo, che abbiamo spiegato nei 3 controlli di sicurezza sugli agenti AI.

4. Accessi a scadenza

I permessi durano un tempo definito, ad esempio tre o sei mesi, e poi si rinnovano solo dopo una verifica. Così un agente dimenticato smette di funzionare da solo, invece di restare acceso per anni.

Identità degli agenti AI: badge e permessi per ogni agente aziendale

Cosa chiedere ai fornitori prima di comprare

Infine c’è un consiglio degli analisti che vale oro per le PMI: definire le regole prima di scegliere lo strumento. Altrimenti sarà lo strumento a decidere per te. Quando valuti una piattaforma di agenti, quindi, fai tre domande precise. Gli agenti hanno un’identità separata da quella degli utenti? Posso vedere un registro di ogni azione, con data e risultato? Le credenziali usano standard aperti, verificabili anche da altri sistemi, oppure mi legano a un solo fornitore?

L’ultima domanda è la più sottovalutata. Se l’identità degli agenti AI vive solo dentro la piattaforma di un fornitore, cambiare strada fra due anni costerà molto di più. Per capire come si costruiscono catene di agenti su più strumenti, leggi la guida ai workflow di agenti AI.

Il limite: non serve una piattaforma da grande azienda

Attenzione a non esagerare nel verso opposto. I sistemi di gestione delle identità presentati in queste settimane sono pensati per gruppi con migliaia di dipendenti e centinaia di agenti. Una PMI di Fermo o di Macerata con due o tre agenti non ha bisogno di comprarli. Al contrario, le quattro regole qui sopra si applicano con gli strumenti che hai già: account separati nella posta e nel gestionale, un foglio condiviso e un promemoria in calendario per le scadenze dei permessi.

Inoltre l’identità è solo una parte del controllo. Resta essenziale decidere quali azioni richiedono sempre una conferma umana, come pagamenti, invii a clienti e cancellazioni. Ne abbiamo parlato nell’articolo sul controllo umano sull’AI in azienda.

Cinque minuti per scoprire chi lavora nei tuoi sistemi

Per iniziare fai una prova di cinque minuti: elenca tutti gli strumenti di intelligenza artificiale che hanno accesso alla posta, ai documenti o al gestionale della tua azienda. Accanto a ciascuno scrivi con quale account accede e chi ne risponde. Se ci sono righe vuote, hai trovato il tuo primo lavoro. Se vuoi impostare l’identità degli agenti AI in modo semplice e su misura, partiamo da un check-up AI gratuito di 30 minuti. Scrivici dal sito.

Nota di trasparenza: questo articolo è stato redatto con il supporto dell’intelligenza artificiale e rivisto da Gian Maria Colotto di Creaitivity.


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